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Le origini di Venezia
Le invasioni
Dopo i primi attacchi dei Quadi e dei Marcomanni (166-168 DC), che, provenienti dalla frontiera danubiana, distrussero Oderzo, i Romani impiantarono sulle Alpi Giulie nel III e soprattutto nel IV secolo un possente sistema difensivo (i claustra Alpium Iuliarium citati da Ammiano Marcellino), appoggiato ai centri fortificati di Aquileia e Concordia Sagittaria.Le difese furono tuttavia superate nel V secolo: i Visigoti guidati da Alarico penetrarono in due riprese (401 e 408) lungo la via Annia e nel 452 gli Unni di Attila conquistarono Aquileia, Concordia e Altino. In queste occasioni è probabile che le popolazioni dei territori saccheggiati si siano rifugiate temporaneamente nella zona lagunare, per far quindi ritorno alle proprie case una volta passato il pericolo. Nelle aree lagunari sorgevano all'epoca solo piccoli insediamenti, che si sostentavano con la pesca e lo sfruttamento delle saline.Tra il 489 e il 493 il territorio fu attraversato dagli Ostrogoti di Teodorico, che entrato in Italia dalle Alpi Giulie, percorse la via Postumia e sconfisse Odoacre. Cassiodoro ci fornisce una descrizione del territorio lagunare in quest'epoca, ancora legato da traffici e commerci alle città dell'interno, tra cui si sviluppa Forum Iulii al posto della decaduta Aquileia.
Il dominio bizantino e l'invasione longobarda
Dopo sessant'anni di dominio goto, l'intera Venetia fu conquistata dal generale Narsete all'Impero bizantino nel 555. Poco dopo, come racconta Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum, nel 568 i Longobardi guidati da Alboino, si impadronirono di Forum Iulii e delle zone interne, lasciando ai Bizantini i centri verso la costa, a cui si aggiungevano Oderzo e la via del Po (Padova, Monselice, Mantova e Cremona): l'invasione fu forse frutto di un accordo, attraverso il quale la Venetia maritima, sottoposta all'esarcato di Ravenna, veniva ormai separata dalla Venetia mediterranea nell'interno.Una delle conseguenze della nuova invasione fu il trasferimento delle autorità civili e religiose, che furono molto probabilmente seguite da parte notevole degli abitanti, dai centri dell'interno verso la costa, dove già nel secolo precedente si erano andati rafforzando e sviluppando gli scali di Chioggia, l'antica Malamocco (distrutta per una catastrofe naturale agli inizi del XII secolo e ricostruita quindi nella sede attuale), Jesolo, Torcello e Caorle: il patriarca di Aquileia, Paolino, si trasferì a Grado, che ospitava già un castrum e due chiese. Il processo di separazione tra regioni costiere e interno fu forse accentuato da una serie di alluvioni (Paolo Diacono descrive come "diluvio" quella del 589) che mutarono l'assetto idrografico.Nel VII secolo il dominio longobardo si espanse fino alla via Annia: nel 639 fu conquistata Oderzo (poi distrutta nel 669) e i bizantini fondarono, poco distante dalla via che fungeva da confine, un nuovo centro amministrativo, la Civitas Nova, o più tardi Civitas Heracliana o Heraclea, dal nome dell'imperatore bizantino Eraclio. La divisione tra i domini bizantini e quelli longobardi venne sancita agli inizi del secolo, anche da una nuova suddivisione ecclesiastica: il patriarca di Aquileia, ormai con sede a Grado, aveva giurisdizione sulle chiese del dominio bizantino, mentre per le chiese dei domini longobardi venne nominato un nuovo patriarca, che pose la sua sede presso Cividale (a Cormones). Nello stesso periodo vennero fondate nuove chiese basilicali, attestate dalle fonti o dai resti archeologici a Caorle, Jesolo e Torcello.Nell'VIII secolo il re longobardo Liutprando fissava stabilmente i confini con la Terminatio Liutprandina. Nel 740 l'esarca di Ravenna, Eutichio, fu costretto dall'attacco longobardo a rifugiarsi temporaneamente nei domini bizantini della laguna veneta. Poco dopo (742-743) la sede del dux bizantino che governava la Venetia maritima fu trasferita da Civitas Nova, sulla terraferma, a Malamocco, testimoniando un sempre maggiore interesse per le attività e i commerci marittimi.Nel 751 il re Astolfo conquistava definitivamente Ravenna, ponendo fine all'esarcato bizantino, ma ribadiva il decreto di Liutprando: la Venetia maritima pur rimanendo formalmente dipendente dall'impero bizantino, acquistava una sempre maggiore autonomia.
La nascita della città di Venezia
Nelle isole lagunari vicino a Malamocco, il trasferimento della sede ducale dovette comportare un intensificarsi degli insediamenti. Nel 775-776 vi venne creata la sede vescovile di Olivolo (ancora ricordata nell'840 come castrum Helibolis). Durante il governo di Agnello Particiaco (811-827) la sede ducale venne quindi trasferita da Malamocco alla meglio difesa "Rivoalto" (l'attuale Rialto). Furono costruiti il monastero di San Zaccaria, un primo palazzo ducale e la prima basilica di San Marco. Nell'897 il doge Pietro Particiaco eresse una difesa (civitatis murus) tra Olivolo e Rialto. I materiali da costruzione per queste edificazioni, secondo l'uso dell'epoca, furono tratti dalle rovine delle antiche città romane più prossime alla costa, in particolare da Altino.Nell'828 il trasferimento del corpo dell'evangelista san Marco da Alessandria d'Egitto a Rialto ne accrebbe il prestigio, non solo come capitale ducale, ma come sede religiosa e comportò in seguito il trasferimento della sede patriarcale.

Lo sviluppo di Venezia
Venezia, posta alla frontiera dell'Impero Bizantino, sviluppò un forte spirito d'indipendenza che la portò ad essere la più potente tra le quattro più celebri Repubbliche marinare. Rivaleggiava con Genova e il suo predominio sull'Adriatico era tale che i veneziani lo indicavano con il nome di "Golfo di Venezia"; le repubbliche marinare di Ancona e di Ragusa (Dalmazia) solo con una stretta alleanza reciproca riuscirono a rimanere indipendenti e a continuare i loro traffici con l'Oriente, altrimenti dominio esclusivo dei navigatori veneziani. In questa chiave si deve leggere l'alleanza stretta nel 1174 da Venezia con il Sacro Romano Impero nel tentativo di danneggiare Ancona. Il capo del governo era il Doge (corrispondente al latino dux), teoricamente eletto a vita, ma in pratica, spesso costretto a rimettere il proprio mandato a seguito di risultati insoddisfacenti del proprio governo. Nei secoli Venezia divenne la capitale della Repubblica Serenissima Veneta, che fu la più lunga e duratura repubblica della storia (sia pur una repubblica aristocratica, circa 1100 anni), fu per secoli una delle maggiori potenze europee e centro di cultura per tutto il continente europeo. Le sue lingue ufficiali furono il latino, il veneto e l'italiano (allora fiorentino). Non divenne mai signoria principesca né monarchia e impero, restando sempre fedele allo spirito repubblicano.
Il governo repubblicano
Le istituzioni veneziane hanno le loro radici nell'Alto Medioevo, quando comparve appunto la figura del Doge. Questi era l'erede del dux o governatore bizantino della Venetia Maritima. Secondo la tradizione il primo fu Paolo Lucio Anafesto nel 697, quando il ducato aveva ancora sede a Malamocco. Inizialmente il potere dogale fu spesso trasmesso per via ereditaria, ma in seguito venne eletto democraticamente nell'arengo o assemblea dei cittadini). Inizialmente ancora formalmente nell'orbita della sovranità bizantina (da cui Venezia si rese gradualmente autonoma e si svincolò totalmente nel 1084), ma dotato di poteri molto ampi, il doge era affiancato da una assemblea popolare che, nel 1172, fu sostituita dal Maggior Consiglio, espressione dell'aristocrazia, che assunse il ruolo di governo effettivo della repubblica (in realtà esercitato da un ristretto organismo all'interno dello stesso Consiglio, la Quarantia) relegando il doge a funzioni onorifiche. Venezia era gelosa della dignità e delle libertà repubblicane.Dal 1297 l'ordinamento istituzionale della città si orientò verso una forma strettamente oligarchica, infatti, con la "serrata", si stabilì che al Maggior Consiglio potessero partecipare solo coloro che ne fossero già stati membri in precedenza o coloro che, in via eccezionale, fossero proposti dal doge. In questo modo si limitarono drasticamente le possibilità di ascesa sociale per la classe borghese, cristallizzando il potere nelle mani di poche famiglie aristocratiche, le quali nel 1325 inasprirono ulteriormente le disposizioni per l'accesso, stabilendo che di quello stesso Maggior Consiglio potessero far parte solo coloro che avessero già ricoperto alte cariche cittadine o loro eredi.L'oligarchia bloccò ogni dinamismo sociale e si definì come classe ereditaria. Questa chiusura non fu però accettata da tutti senza reazioni, né mancarono tentativi di affermazione di poteri personali. Nel 1355, il doge Marin Faliero tentò di dare alla repubblica un assetto signorile, assumendo gran parte dei poteri, ma il suo tentativo fu stroncato dal Consiglio. In seguito la città, per prevenire ogni tentativo di colpo di mano, istituì il Consiglio dei Dieci, per reprimere le congiure e per mantenere salda la Repubblica contro ogni colpo di stato antirepubblicano.
Guerra con Genova
Venezia, guidata da una forte oligarchia militare e mercantile, tra la fine del XIV secolo e la prima metà del XV, aveva unificato il Veneto e parte della Lombardia e aveva continuato le lotte contro Genova per il predominio commerciale sui mari. Venezia fu sconfitta da Genova nel 1354, la guerra riprese nel 1376, per il possesso dell'isola di Tenedo, all'entrata dello stretto dei Dardanelli.Tale isoletta era di enorme importanza per il commercio marittimo nel Mar Nero. Il conflitto fu detto guerra di Chioggia, perché, i Veneziani, dopo un iniziale successo, furono sconfitti a Pola dai Genovesi che occuparono Chioggia e posero l'assedio a Venezia. I Veneziani, però, riuscirono ad allestire una nuova flotta e ad assediare a loro volta i Genovesi a Chioggia, i quali furono costretti ad arrendersi (1380). La pace di Torino (1381), in apparenza, concluse la guerra in parità, in quanto Tenedo venne negata ad entrambi i contendenti. In realtà Genova, che non era riuscita ad estromettere la rivale dai commerci con l'oriente, si avviava verso un periodo di lotte intestine, che ne compromisero l'indipendenza. Venezia, al contrario, riuscì a mantenere uno stato coeso e, se non la guerra, vinse la pace. Di lì a pochi anni, comunque, la caduta di Bisanzio in mano agli ottomani di Maometto II, avvenuta nel 1453, rivelò quale fosse veramente la potenza navale dominante nel Mediterraneo orientale e costrinse le due repubbliche marinare italiane a cercare un nuovo destino. Genova lo trovò nella nascente finanza internazionale, Venezia nell'espansione terrestre.
Giulio II
Nel 1508 i contrasti con il papa nel controllo delle Romagne portarono alla Lega di Cambrai, un'alleanza contro Venezia stretta tra il pontefice Giulio II, il re Luigi XII di Francia, l'imperatore Massimiliano I e re Ferdinando II d'Aragona. Ad Agnadello, il 14 maggio 1509, i veneziani furono duramente sconfitti dai francesi. Il predominio francese sul nord Italia conseguente alla battaglia fu però sentito come una minaccia da Giulio II, che sigliò la pace con i Veneziani dopo la loro "umile sottomissione". Nel 1511 Venezia entrò, con Inghilterra, Spagna ed Impero nella Lega Santa promossa dal pontefice guerriero contro la Francia.Alla fine delle guerre d'Italia, Venezia aveva consolidato il suo dominio territoriale, ma si trovava circondata da potenze continentali (la Spagna nel Ducato di Milano, l'Impero degli Asburgo a nord, l'Impero Ottomano ad oriente), che le precludevano ogni ulteriore espansione e che, nel caso dell'Impero Ottomano, rappresentavano una concreta minaccia per i possessi d'oltremare.
La crisi
Sebbene la popolazione della città fosse a maggioranza cattolica, lo stato rimase laico e caratterizzato da un'estrema tolleranza nei confronti di altri credi religiosi e non vi furono nessuna azione per eresia nel periodo della Controriforma. Questo atteggiamento indipendente e laico pose la città spesso in contrasto con lo Stato della Chiesa, figura emblematica fu Paolo Sarpi che difese la laicità dello stato veneto dalle pretese egemoniche del papato.La perdita di importanza delle rotte mediterranee a favore delle nuove vie commerciali atlantiche aperte dai viaggi di esplorazione e dalla colonizzazione dei continenti extraeuropei segnò l'inizio dell'emarginazione commerciale di Venezia, aggravata pure dal continuo avanzare dei turchi. Nel 1571, dopo la resa di Famagosta, venne perduta Cipro. In quello stesso anno, a Lepanto, una flotta cristiana, comandata da Don Giovanni d'Austria e composta da navi veneziane, spagnole, genovesi, sabaude, della Chiesa, dei Cavalieri di Malta sconfisse la flotta turca. Nella battaglia l'apporto di Venezia fu decisivo, ma si trattò di un successo momentaneo ed importante soprattutto dal punto di vista psicologico. Nel 1669, dopo una sanguinosa guerra, durata vent'anni, che lasciò Venezia stremata, i turchi presero Candia, conquistando così il completo controllo di Creta. Nel 1718 fu la volta di Morea nel Peloponneso.Intanto il patriziato, da ceto mercantile si stava trasformando in aristocrazia terriera perché i patrizi trovavano conveniente investire il loro patrimonio nell'acquisizione di ingenti latifondi nella "Terraferma Veneta".
Ultimi splendori della Repubblica
Nel XVIII secolo Venezia fu una delle città più raffinate d'Europa, con una forte influenza sull'arte, l'architettura e la letteratura del tempo. Il suo territorio comprendeva Veneto, Friuli, Istria, Dalmazia, Cattaro, parte della Lombardia e le isole Ionie. Ma dopo 1070 anni d'indipendenza, il 12 maggio 1797 la città si arrese a Napoleone Bonaparte. Il Doge Ludovico Manin fu costretto ad abdicare, il Consiglio venne sciolto e fu proclamato il Governo Provvisorio della Municipalità di Venezia.

Risorgimento ed Unità d'Italia
Il 16 maggio 1797 le truppe francesi invasero Venezia. Con la restaurazione ed il Trattato di Campoformio tra francesi ed austriaci, il 17 ottobre 1797 termina la Municipalità provvisoria di Venezia e vengono ceduti all'Austria il Veneto, l'Istria, la Dalmazia e le Bocche di Cattaro. Nasce la Provincia Veneta dell'Austria sotto Francesco II d'Asburgo Lorena, con l'ingresso degli austriaci in città il 18 gennaio 1798.A seguito della restaurazione dopo il periodo napoleonico, il 9 giugno 1815 con il congresso di Vienna Venezia passò al Regno Lombardo-Veneto, di cui divenne uno dei due capoluoghi. La città partecipò alle lotte risorgimentali. Il 17 marzo 1848, i patrioti veneziani insorsero e liberarano Daniele Manin e Niccolò Tommaseo. Dopo il ritiro degli austriaci, venne nuovamente proclamata la Repubblica, affidata ad un triunviato. Nel 1849, Venezia resistette per quattro mesi ad un lungo assedio austriaco, arrendendosi solo il 18 agosto, a causa della fame e di una grave epidemia di colera. Nel 1866, dopo la Terza Guerra d'Indipendenza, entrò a far parte del Regno d'Italia.
I Dogi della Repubblica di Venezia
Per oltre mille anni, prima a capo della città di Venezia e poi della Repubblica di Venezia, vi fu la figura del doge, il più alto magistrato che veniva eletto dall'aristocrazia tra i politici più saggi ed anziani della città stato e poi della Repubblica Serenissima Veneta.Nonostante il grande potere dato loro dal dogato, i dogi veneziani erano costretti per legge (a differenza, ad esempio, di quelli della rivale Repubblica di Genova - a passare il resto della loro vita all'interno del complesso del Palazzo Ducale e della Basilica di San Marco. Il doge è una figura del potere che nasce nel 697 DC con la conferenza indetta a Eraclea dal Patriarca di Grado, e a Grado (oggi provincia di Gorizia), infatti, della cattedrale che celebrò la nascita di questa figura resta uno spendido mosaico. Il primo Doge fu Paolo Lucio Anafesto che fu eletto dalle 12 antiche casate veneziane, ma fu eletto dai "liberi" secondo l'eredità lasciata dalla defunta Repubblica Romana. Non è un principe, ma un "primus inter pares", anticipando così di secoli la moderna figura del Capo di Stato.

Le origini
Il Doge nasce come necessaria figura di coordinamento per i poteri temporali, e tuttavia acquisisce ben presto connotazioni religiose, diventanto anche il Capo della Chiesa Marciana, la chiesa di San Marco Evangelista. Si narra infatti che San Marco, in viaggio evangelico da Alessandria d'Egitto verso Aquileia, venne sorpreso da una tempesta, e riparato nelle isole di Rivo Alto (oggi Rialto) nella notte un Angelo gli apparve salutandolo con le parole "Pax Tibi, Marce Evangelista Meus", le parole poi incise sul libro del leone marciano. San Marco le intese come la profezia che quella terra sarebbe stata il luogo dell'eterno riposo del suo corpo. Infatti, sepolto ad Alessandria d'Egitto, dato che i cristiani vi venivano perseguitati, le spoglie dell'Evangelista furono traslate nell'827 o 828 da due veneziani e portate a Venezia. Il Doge del tempo, Giustiniano Partecipazio, vincolò i suoi suscessori a costruire una grande chiesa per ospitare le spoglie di San Marco; nacque così la Cappella personale dei dogi che divenne poi la famosa Basilica di Venezia, dove tutt'ora San Marco riposa.
I poteri del doge
Il doge era anche capo di una chiesa perché a questa speciale cappella si dedicavano dei preti (i pievani) nominati dal "primicerio di S.Marco", il cappellano del Doge da esso solo nominato. Ed essi erano ben formati con tanto di lettura della Bibbia, cosa che al tempo non succedeva per i preti "romani".Grazie a questa prerogativa e rivendicando la competenza territoriale, il Doge esercitò per secoli delle prerogative infine riconosciute dalla stessa Chiesa Cattolica e da Clemente V. Fra le preorogative vi erano quelle che limitavano il potere del Papa nella nomina dei Vescovi, riducendo la sua scelta ai 3/4 nomi che il doge gli offriva.Proprio per queste caratteristiche e questa indipendenza dal potere spirituale, continue furono le tensioni con il vescovo di Roma, compresi interdetti papali a tutta Venezia. E continuo fu il bisticcio fra Doge e Patriarca di Venezia (l'erede del Patriarca di Grado e Dalmazia), il quale rispondeva al Papa se pur deve essere originario dei territori veneti (proprio quelli della "Regio" Romana "Venetia e Istria") per detenere il titolo.Ma fu questa stessa indipendenza religiosa di Venezia e della Repubblica che permise agli spiriti liberi perseguitati di trovare riparo presso di essa, come Giordano Bruno che per ben 12 anni visse a Venezia e non fu consegnato all'inquisizione che poco dopo lo arse a Roma, o come Galileo Galilei, che a Padova potè lavorare alla teoria eliocentrica che dovette abiurare a Pisa e Roma.Dato che non è possibile sintetizzare 1200 anni di storia in poche righe, è certo che a seconda dei tempi e delle situazioni il Doge agiva da condottiero (come lo Zen) o da notaio, o da grande innovatore (come il Doge Foscari), e alcuni divennero anche Santi. Per cui, tralasciando la grande varietà di situazioni, si può solo dire che sempre all'interno dell'ordinamento polito vi erano una serie di disposizioni che limitavano pesantemente le prerogative del Doge e perfino la sua stessa vita quotidiana dato che era costratto a soggiornarnare nel Palazzo Ducale. Casi curiosi del Doge fece realizzare un orticello nel palazzo per allevare le galline, fanno parte della storia che vede grandi dogi condottieri combattere contro i Turchi (la guerra di Creta durò 20 anni!).Per cui in pratica possiamo solo verificare che la funzione certa del Doge era il ruolo di rappresentante ufficiale di Venezia nelle cerimonie pubbliche e nelle relazioni diplomatiche con gli altri stati, ma delle singole vicende storiche, dei pregi e dei difetti che portarono alla elezione di ciascuno dei 120 Dogi, si occupano intere biografie, e scendendo nella dimensione storica si scopre che essi erano molto spesso uomini di primo piano che contribuirono alla realizzazione di una delle forma di Stato più lunghe della storia umana, battuta solo dagli egizi e dai persiani. L'ultimo Doge abdicò a Napoleone Bonaparte, e dato che i cannoni erano puntati su Venezia, poco altro ci fu da fare.
Elezione
Il metodo di elezione del doge era studiato per impedire broglie e corporativismi. Si facevano diverse estrazioni multiple di palline (chiamate "baote") da una urna. Le palline, metalliche e indistinguibili al tatto, venivano estratte con delle manine di legno, delle specie di pinze, e contenevano il nome del votato. Da queste "Baote" deriva la moderna parola ballottaggio. Ma si facevano molte estrazioni a cascata, in modo che matematicamente era impossibile corrompore la giuria o fare giuochi di potere per determinare l'eletto, che era infatti sempre l'uomo giusto per il momento.Sostanzialmente, detto in maniera semplice, con il ballottaggio veniva sorteggia una commissione di pochi membri, i quali, con un ballottaggio, ne eleggeva un'altra più ampia, e poi una più ridotta, e una molto più ampia. Il Doge veniva eletto, come tutti gli altri magistrati, dal Maggior Consiglio di Venezia; suo compito era presiedere alla Signoria, cioè il Minor consiglio a cui si affiancavano i Savi per costituire il pien Collegio. Lo scopo della Signoria era attuare le disposizioni del Senato di Venezia, il cosiddetto Consiglio dei Pregadi. Politicamente il suo peso era nullo: infatti quando il pien collegio deliberava, il Doge doveva lasciare la sala. Sua competenza erano il ricevere ambasciatori, prelati e alti ufficiali, e decidere particolari questioni amministrative o ecclesiastiche.Prima di prendere i poteri, il Doge doveva giurare fedeltà e fare una "promissione", ossia giurare di rispettare alcuni limiti che il Maggior Consiglio gli imponeva "personalizzati", contrastando i suoi interessi. In questa maniera si impediva che il Doge potesse abusare del suo ufficio, e per garantire la cosa gli si faceva un processo da dopo morto, condannando gli eredi a restituire il mal tolto.Il Doge non poteva rinunciare alla carica a meno che il Maggior consiglio lo invitasse a farlo; non poteva mescolarsi alla popolazione, ma non aveva guardie del corpo; non poteva esibire stemmi sul suo palazzo, ma solo uno all'interno del suo appartamento, e una volta che si insediava nel palazzo dei Dogi doveva vivere esclusivamente lì. Non poteva avere altra attività che non fossero politiche, rinunciando al commercio e alla professione che aveva prima dell'elezione; gli eventuali doni che riceveva da parte dei dignitari in visita andavano al Tesoro di San Marco o all'erario pubblico. Perfino i funerali del doge erano solenni sì, ma privati: lo stato di Venezia non portava alcun lutto per la morte del doge. Si diceva che si è morto il Doge, no la Signoria. Per amaro contrappasso l'ultimo Doge di Venezia, Ludovico Manin, salverà la vita abdicando e consegnando Venezia a Napoleone: alla fine morì la Signoria e non il Doge.
Evoluzione del dogato
Il realizzarsi di questa figura non è stato così pacifico, perché in un mondo governato da Principi e despoti, il doge "primus inter pares" non era cosa semplice, né amata dagli altri principi, un cattivo esempio per il popolo. Nei primi tre secoli di Venezia vi furono ventotto dogi, di cui quattordici deposti, con accecamento, taglio della barba e dei capelli per sfregio, oppure uccisi in rivolte; quattro preferirono abdicare, uno cadde in battaglia e solo nove morirono di morte naturale.Ecco che naturalmente, sopratutto nei secoli IX-XII, alcuni dogi cercarono di trasformare il potere dogale in ereditario o di fare del doge un Principe "sopra" gli altri. Inizialmente si rimediò con il cavare gli occhi agli attentatori, ma in alcuni casi si dovette ricorrere all'esercito, come nel caso della cospirazione di Bajamonte Tiepolo.L'ultimo doge fu Manin, il quale passò nel 1797 il potere dogale a Napoleone, interrompendo una sequenza ininterrotta di Dogi veneti succedutisi per circa 1000 anni (uno dei più longevi sistemi di potere dell'umanità). Ma su questo passaggio si discute ancora se esso fu legale (mancando il consenso del Maggior Consiglio) o se esso fu il passaggio della sola città di Venezia e non di tutto il dogato. Ma d'altra parte ai bordi della laguna i cannoni francesi erano puntati su Venezia.Nonostante tutto, la carica di Doge era comunque ambita per il valore simbolico che donava alle famiglie aristocratiche. Seppure lo sfarzo e la pompa che circondavano le cerimonie dogali rendevano la carica ambita da tutti coloro che aspiravano ad essere qualcosa di più che dei semplici nobili, bisogna dire che i Dogi stessi contribuivano pesantemente al loro mantenimento, ed era quindi una carica molto costosa e di fatto appannaggio della aristocrazia ricca (vi era anche una aristocrazia povera e poverissima). Ma dopotutto nell'essere Doge c'era la gloria di Venezia, anche se si faceva di tutto per evitare che tale gloria passasse dalla carica all'uomo. Se per alcuni indossare una maschera di grandezza era pur sempre meglio che restare anonimi, e per la carica di doge frotte di presenzialisti ante litteram intrecciavano spesso brogli, corruzioni e intrighi pure impossibili per il sistema di voti, altri divennero Dogi senza volerlo, o addirittura rinunciandovi per darsi alla vita monastica (2 sono stati dichiarati Santi). Gli altri poteri di Venezia vigilavano e lasciavano fare, sapendo che alla fine per il sistema costituzionale vigente il Doge non avrebbe potuto nuocere concretamente alla città in alcun modo, per esempio per la promissione ducale.Non mancarono Dogi che furono eletti per i loro alti meriti militari (come lo Zen), o spirituali, e a seconda dei tempi ne veniva eletto uno vecchio che non intervenisse o uno giovane che durasse e facesse riforme.
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